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La Mammana, un estratto

Capitolo primo
La notte del primo marzo 1843, la terza da quando nel cielo era comparsa una stella con la coda cosí sfolgorante da umiliare ogni altro corpo celeste, sarebbe stata un’altra notte senza pace.

Le cagne, riacquistata la loro natura selvatica, avrebbero dimenticato di avere un nome. Briganta! Rosetta! Regina! Queste alle loro orecchie sarebbero suonate come parole prive di significato, perciò non avrebbero risposto al richiamo e, tirando la catena per la smania inappagata di andarsene vagando per il bosco, avrebbero ululato come lupi.
Le galline, confuse da tanto chiarore, avrebbero vegliato covandosi uova immaginarie. Le capre, che pure sono piú furbe del demonio, in preda a un turbamento oscuro avrebbero belato incessantemente con la pretesa cocciuta di ricevere la mungitura del mattino.
Quanto a Lucina, per la terza notte consecutiva non avrebbe chiuso occhio. All’alba, al posto dei suoi ventisei anni, se ne sarebbe sentiti sulle spalle cento e, piú per tenere in esercizio la lingua che per convinzione, avrebbe esortato la fine del mondo a togliersi il pensiero presentandosi in fretta. Ciò nonostante, anche quella notte, perché il tempo sottratto al sonno non fosse comunque tempo sprecato, si sarebbe trovata qualche incombenza da sbrigare. Tanto quello che c’era da fare sempre a lei toccava farlo. Di rimanere con le mani in mano non correva pericolo, aveva un intero regno del quale prendersi cura. Regno, poi: un villaggio, se anche questa parola, riferita a Marzanello, non fosse risultata troppo ambiziosa. Un ammasso di rovine in cima a una montagnola, circondato da resti di torri a testimonianza dell’antica gloria; il poco che rimaneva di un borgo abbandonato da oltre un secolo che andava disfacendosi a ogni soffio di vento.
Certo, pensava Lucina, per rinnegare senza nessun rimorso il pizzo di mondo che t’ha portato nel grembo bisogna essere veramente sconoscenti e avere una pietra al posto del cuore.
Tanto piú l’avrebbe sostenuto se fosse stata al corrente di tutti gli assalti dai quali nel corso dei secoli Marzanello, o comunque quell’altura si chiamasse prima, aveva difeso i suoi abitanti. Ma lei, che di sanniti e di romani, di barbari e di saraceni non ne sapeva niente, si limitava a ribadire che comportarsi cosí non è onorevole. Lei, che quel posto l’aveva scelto, che ne aveva colto il richiamo soltanto guardandolo da lontano, disprezzava quegli ingrati e, dimenticando che ormai erano ombre, li subissava di ingiurie. Altre volte invece provava per loro una pietà che sfumava in tenerezza, soprattutto quando le capitava di trovare tra le macerie pezzi di legno marcio che erano resti di masserizie.
Ma jatevénne! cosí se ne sarebbe uscita se le avessero rivelato che il muraglione che si snodava piú in là, oltre la macchia e il bosco salendo verso i monti Caievola e Sant’Angelo, non era stato costruito dai giganti come certi sostenevano; e nemmeno, come giuravano altri, da seducenti fate biancovestite che nottetempo avevano trasportato quei massi immani sulla testa come fanno le comuni mortali coi secchi d’acqua attinta al pozzo. O i giganti o le fate. Delle due l’una, ma era impensabile che quelle mura le avessero innalzate uomini qualsiasi.
Mezzanotte e venti, diceva l’orologio a cipolla che teneva caro come un tesoro. Vestita di tutto punto, uno scialle sulle spalle e i capelli neri raccolti a crocchia come se dovesse ben figurare alla funzione domenicale, con in mano un pezzo tolto dalla massa per il pane che poco prima aveva messo a crescere, sedette davanti alla finestra.
Dalla pasta di pane ricavò due palline con le quali si tappò le orecchie. Non voleva piú sentire le cagne ululare, né le capre belare, né le galline chiocciare, né tutti questi suoni fondersi per generare un urlo d’allarme come mai se n’erano uditi prima. Guardò la stella e intanto ragionava su come fare a convertire quel tempo sospeso in un tempo utile. Ma sta di fatto che anziché buttare le mani a dare inizio a un dovere qualunque rimaneva con gli occhi fissi su quel canchero d’astro che si trascinava appresso il malaugurio. E che malaugurio! La fine del mondo, addirittura. Cosí almeno aveva detto Bartolomeo che il giorno prima, benché non fosse martedí, era salito fin là sopra apposta per darle la notizia e per offrirsi, se lei gli avesse fatto l’onore d’accettarlo, come compagnia per affrontare l’ora fatale.
«No, – aveva risposto. – Il mondo lo vedrò andarsene allo sprofondo da sola».
Sentendosene stregata, Lucina guardava la stella: per essere bella era bella e di maledirla le era passata ogni voglia. La guardò e la guardò fin quando, riflesso sulla superficie del vetro, vide il suo viso. Anche lei era bella, negare di saperlo avrebbe significato commettere spergiuro e, per quanto si sentisse piú decrepita dei cocci che trovava in fondo alle grotte, era ancora giovane.
All’improvviso, nemmeno avesse colto un legame tra la sua grazia e il sacrosanto diritto a concedersi tregua, decise che quella notte non avrebbe fatto niente, se non contemplare la stella con la coda e attendere. L’arrivo del giorno, il cessare dei lamenti degli animali, il lievitare del pane, un annuncio, la fine del mondo. Immobile, le braccia conserte e vuote come una Mater Matuta imperfetta, in quel preciso istante iniziò ad aspettare che quanto era scritto si compisse.

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